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BREVE STORIA DI UNA MALATTIA SOTTOVALUTATA1
La malaria è praticamente assente dai programmi di ricerca
biomedica sia privati che pubblici dei paesi industrializzati: per
questo la si classifica tra le malattie "orfane", per indicare in
modo figurato come non si trovi al centro degli interessi dei centri
di ricerca e delle case farmaceutiche.
Fino a una cinquantina di anni fa anche Europa e Stati Uniti si preoccupavano
di studiare questa malattia: esistevano infatti anche in Italia zone
con endemismo malarico, lungo delta del Po, in Sardegna o nell'Agro
Pontino. L'introduzione del DDT ha portato al totale sradicamento
di questa malattia in Italia e nel resto d'Europa, nonché negli
Stati Uniti e negli altri paesi industrializzati.
L'intervento agiva essenzialmente sull'anofele, la zanzara vettrice
della malaria, affiancato dall'uso di una terapia farmacologica per
i casi relativamente limitati che sopravvivevano negli anni successivi,
fino a che la parallela riduzione del vettore e la scomparsa dei serbatoi
umani di agente malarico hanno portato alla totale sparizione del
morbo.
Negli stessi anni, e con metodi analoghi, si è avuta anche
una notevole contrazione dei casi di malaria nei paesi tropicali:
si è ottenuto un risultato positivo in India, dove nei primi
anni Cinquanta si contavano oltre 70 milioni di nuovi casi di malaria
all'anno, e circa 800.000 morti. L'uso estensivo del DDT, insieme
a quello dei farmaci antimalarici, ha portato verso la metà
degli anni Sessanta a una riduzione a poco più di 100.000 casi
all'anno, con una quasi totale scomparsa della mortalità. Purtroppo
però questo successo è stato solo temporaneo: una riduzione
dello sforzo, l'eliminazione dell'uso del DDT, una minor attenzione
al problema per una eccessiva sicurezza nei risultati conseguiti,
oltre alla comparsa di ceppi resistenti ai farmaci più in uso,
hanno fatto rapidamente risalire la morbilità e la mortalità,
così che si è tornati ad almeno 5 milioni di nuovi casi
all'anno, con diverse migliaia di esiti letali. Un fenomeno simile
è avvenuto in tutta l'area tropicale esposta alla malaria,
che corrisponde alla maggior parte dei paesi più poveri della
Terra. Il miglioramento della sanità pubblica - che certamente
ha avuto luogo, per esempio, nei paesi africani - non ha potuto tenere
il passo con un altro fenomeno parallelo, che è quello della
comparsa di ceppi di plasmodio (l'agente malarico) resistenti ai farmaci
più in uso, e specialmente alla clorochina.
I paesi più industrializzati e le grandi industrie farmaceutiche
non investono nella prevenzione e nella cura della malaria: gli investitori
pubblici perché questa malattia non rappresenta un grande problema
nei paesi ricchi; gli investitori privati, perché non riconoscono
un mercato allettante nei casi di malaria esistenti al mondo, visto
che questi ultimi si riscontrano soprattutto in zone estremamente
povere. Ecco perché la malaria è una malattia veramente
"orfana".
Ma se le industrie farmaceutiche non mostrano grande interesse a investire
nella ricerca di nuovi farmaci antimalarici, ancor meno esse ne mostrano
per la ricerca nei vaccini: in genere, i privati sono poco interessati
a produrre vaccini, perché se un vaccino di successo comporta
la scomparsa delle malattie, esso comporta anche la scomparsa di un
possibile profitto dalla vendita dei farmaci da parte delle stesse
ditte.
FONTE: Malaria,
una malattia orfana di Arturo Falaschi.
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